1972

13.00

“Credo che la nostra giovinezza ci sembrasse un privilegio assoluto, una condizione di totale lucidità.”
Francesca Capossele

LA PRIMA VERA RIVOLTA DEI GIOVANI ITALIANI CONTRO I PROPRI PADRI NON SI SCATENA IN PIAZZA MA IN FAMIGLIA

GLI ANNI SETTANTA RACCONTATI ATTRAVERSO UNA FAMIGLIA DI PROVINCIA E ATTRAVERSO LA RICERCA DELL’AMORE E DELLA LIBERTA’ DI UN GRUPPO DI GIOVANISSIMI

 “Finché sono stata nella casa di Ferrara, con il giardino chiuso da un alto muro di mattoni rossi, ero quasi felice, senza saperlo. Ignoravo che da lì a poco avrei abitato a Bologna, che vi avrei incontrato Elisabetta, e non immaginavo di certo che lei e la sua famiglia avrebbero preso il posto di tutto quel che avevo amato prima. Non sapevo neppure che mia nonna stava per morire e che morire era facile. Accadeva ogni giorno.”

Siamo all’inizio degli anni Novanta. Cristina, la protagonista e narratrice di 1972, vive da qualche mese a Lagos in Nigeria. La sua, però, è una fuga da un passato insostenibile che la perseguita, e che sa di dover ritrovare.

Comincia così un percorso della memoria, fino al 1972, l’anno decisivo. Allora Cristina aveva sedici anni. Viveva a Ferrara insieme alla famiglia, ma soprattutto al fratello (di un anno più grande), Marcello, il complice, l’alleato e il confidente di sempre, di cui è segretamente e innocentemente innamorata.

Nel febbraio di quello stesso anno il padre annuncia alla famiglia il trasferimento da Ferrara a Bologna. Per tutti è uno choc, in particolare per la madre, che intuisce come nella scelta del marito, nel desiderio spasmodico di cambiare, sia compresa una specie di rifiuto della vita ordinaria e familiare.

Cristina e Marcello comprendono, invece, che quel trasferimento rappresenta misteriosamente la fine della loro prima adolescenza, di quell’età in cui sono ancora visibili le tracce dell’infanzia. Per Cristina è anche l’interruzione del rapporto con il suo primo fidanzato, Fulvio, un amico della “Cantina” dove anche Cristina insieme a un gruppo di ragazzi si ritrova per discutere di politica e promuovere “la rivoluzione”.

“Fulvio aveva occhi luminosi, color birra, come gli dicevo per prenderlo in giro. La sua bocca era sempre un po’ screpolata, perché la mordicchiava di continuo con gli incisivi larghi e forti. Non ero una ragazzina romantica. L’amore mi sembrava più bello nei libri. Anche per questo avevo scelto Fulvio. Era un tipo che non turbava. Aveva un viso liscio senza traccia di virilità, circondato da capelli lunghi, rossicci. Mi piaceva la sua ponderatezza di bambino cresciuto senza madre, solo con il padre e la sorella maggiore. Era infantile nel fisico e adulto nel carattere. Rassicurava.”

Magistrale il racconto degli entusiasmi e delle ingenuità di quei giovani provinciali alle prese con il desiderio di cambiare il mondo e soprattutto le proprie vite.

“Sì, quei pomeriggi alla Cantina li ricordo bene. Dalla mia mente si sono cancellate le regole grammaticali del greco e del latino, ma non le parole di allora, i nostri tentativi di analizzare la realtà. La certezza di fare come e meglio del ’68. La sensazione di essere compatti contro la logica del mondo degli adulti, di sentirsi forti e uniti. Credo che la nostra giovinezza ci sembrasse un privilegio assoluto, una condizione di totale lucidità.”

A luglio del 1972 Cristina e Marcello, con il resto della famiglia, si trasferiscono a Bologna, in quella che appare una città estranea e minacciosa.

L’iniziale spaesamento è superato grazie a un incontro che sarà decisivo per entrambi i fratelli: Elisabetta, la nuova compagna di classe di Cristina.

“L’atmosfera nella nuova scuola a Bologna fu da subito diversa. La disinvoltura dei nuovi compagni, l’aggressività delle scolaresche resero l’esperienza della Cantina crepuscolare e fecero di me e Marcello due impacciati provinciali.”

“Elisabetta era una bella ragazza. La sua bellezza mi monopolizzò fin dal primo incontro e desiderai poterla corteggiare. Non mi ci abituai completamente. Mi piaceva anche il suo modo di fare nevrotico, viziato, sembrava sapesse tutto della vita, avesse visto tutto. La sua passione più forte non era la politica, ma le parolacce. Il suo turpiloquio, curato nei minimi particolari, appena addolcito dall’accento bolognese, sembrò a me, alla figlia del professore, abituata a parlare bene fin da bambina, esaltante. E poi c’era il suo coraggio. Istintivamente riconoscevo nella sua spavalderia una classe sociale più forte, meno disperata.”

Il sodalizio con Elisabetta si rafforza quando Cristina decide di farla fidanzare con Marcello, l’amato fratello, formando così un triangolo d’amicizia e amore che avrebbe dovuto proiettarli in un universo di relazioni più autentico rispetto a quello degli odiati e compatiti genitori.

Ma progressivamente Cristina assiste alla “normalizzazione” del rapporto tra Elisabetta e Marcello, innamorati come lo erano stati i loro stessi genitori, simili ad “amanti degli anni Cinquanta”. Di fronte a quell’imprevisto scenario, Cristina reagisce rifiutando il destino assegnatogli, il destino di tutti, e prova a sedurre il padre di Elisabetta: Guido.

“È che vi osservavo tutti quanti, compreso mio fratello, che scambiava con Elisabetta sorrisi euforici e che all’improvviso mi sembravano patetici. La loro giovinezza, scioccamente buttata, mi disgustava al pari della tua vita, Guido, e di quella di mio padre e di mia madre. Io no. Io non ero così, non lo sarei mai stata… avrei potuto fare l’amore con loro due, senza provare pentimento o turbamento. Ma, come ho cercato di spiegarti erano molto lontani. Erano solo molto innamorati, molto normali.”

Ma una tragedia sconvolgerà la vita di tutti, e segnerà per sempre la fine di quelle giovinezze provinciali.

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Descrizione

Titolo: 1972
Autrice: Francesca Capossele
Pagine: 141
ISBN: 9788899452100