Luke Healy e il ribaltamento del fumetto d’avventura

Come sopravvivere nel grande Nord intreccia tre storie: due spedizioni polari avvenute all’inizio del Novecento e la storia contemporanea di Sullivan Barnaby, un professore universitario licenziato perché ha avuto una storia con un suo allievo. La prima spedizione parte sotto la guida del capitano Bartlett, il protagonista della prima storia. La sua nave rimane incagliata nei ghiacci e lui deve guidare i superstiti alla salvezza. La seconda spedizione è particolarmente male organizzata: ci sono solo quattro esploratori più Ada Blackjack, una ragazza inuit che parte come sarta perché ha bisogno di soldi per curare il figlio malato, e rimane poi bloccata su un’isola nell’Artico.

Le due spedizioni sono organizzate da Vilhjalmur Stefansson, uno dei più celebri esploratori polari degli inizi del Novecento. C’è tutta una storia di esplorazioni polari che iniziano alla fine dell’Ottocento, promosse dalle nazioni confinanti con il Circolo polare artico, che di solito finivano malissimo: molti esploratori non tornavano a casa e spesso non riuscivano a raggiungere gli obiettivi preposti. In particolare, fallivano le spedizioni di Vilhjalmur Stefansson (che tra l’altro è uno pseudonimo nordico che si era dato per fare le esplorazioni, come un supereroe). Il problema principale di Stefansson era che aveva sviluppato una teoria, la teoria del “friendly arctic”, secondo cui chiunque, pur senza competenze, preparazione o attrezzature particolari, poteva sopravvivere al Polo Nord.

 

Com’è nato questo libro?

Stavo cercando su Google delle immagini da usare come reference per l’abbigliamento artico, e ho visto una foto di Ada Blackjack, uno dei personaggi del libro. Mi ha molto colpito, era un’immagine potente, ed è grazie a questa immagine che sono venuto a conoscenza della storia di Ada. Volevo saperne di più, così sono andato sulla sua pagina Wikipedia e ho iniziato a fare ricerche su di lei, sulla sua storia, su come fosse riuscita a sopravvivere per due anni da sola su un’isola polare. E poi me ne sono dimenticato.

Quando sono andato negli Stati Uniti per frequentare una scuola di fumetto, in una piccola città del Vermont, al secondo anno dovevo presentare un progetto di tesi e mi è tornata in mente la sua storia, così ho pensato che sarebbe stato interessante farci un fumetto. Ho ripreso le ricerche e ho scoperto che la documentazione relativa alla spedizione a cui aveva partecipato Ada Blackjack si trovava in una biblioteca a dieci minuti di distanza dalla mia scuola, per pura coincidenza. Ci sono andato e ho letto tutto il materiale, compreso il diario personale di Ada. Me lo hanno fatto tenere in mano! È un oggetto che ha più di cento anni, le pagine si sbriciolavano mentre le sfogliavo, è stato incredibile. Più lo leggevo e più emergevano nuove informazioni sulle spedizioni di Stefansson, compresa quella del 1913 che ho poi raccontato nel libro.

Per quanto riguarda la storia di Barnaby, l’ho inclusa perché volevo che le spedizioni fossero narrate dal punto di vista dei personaggi che le avevano vissute, ma volevo anche raccontare fatti accaduti dopo, che in nessun modo i personaggi avrebbero potuto conoscere. Così ho aggiunto un personaggio contemporaneo che potesse raccontarli.

 

Se dovessi riassumerlo in una sola espressione, direi che questo è un libro sul prendersi cura degli altri. Alla fine è questo che unisce le tre storie: il capitano Bartlett ha la responsabilità di riportare tutti a casa; Ada deve prendersi cura dell’ultimo esploratore rimasto, di se stessa e del figlio che l’aspetta a casa; Barnaby deve prendersi cura di se stesso, cosa che non sa fare, oltre a rendersi conto della sua responsabilità nei confronti degli altri.

È un tema su cui hai costruito il libro o è emerso lavorando sui personaggi?

Il libro è costruito intenzionalmente intorno a questo tema. Ogni storia è concentrata su una relazione: il capitano Bartlett si affida alle cure di Kataktovik, un inuit membro del suo equipaggio, e deve quindi concedersi di mostrarsi vulnerabile, quando di solito è lui quello responsabile; Ada Blackjack deve prendersi totalmente cura di un altro membro del suo gruppo, oltre che di suo figlio – la sua storia è stata la più difficile da raccontare, perché sui giornali dell’epoca veniva descritta come una pessima madre. Infine, Barnaby deve imparare a prendersi cura di se stesso. Perciò il tema centrale del libro è la responsabilità e ogni storia la rappresenta da una diversa prospettiva: chi lascia che gli altri si prendano cura di lui, chi si prende cura degli altri e chi di se stesso.

 

L’uso dei colori è fondamentale per il clima e il ritmo della storia, ed è assolutamente antinaturalistico. Com’è nata la scelta di usare i colori in questo modo?

Fin dall’inizio volevo distinguere le tre storie con palette di colori diverse. Le storie si alternano molto rapidamente, ogni due pagine circa cambia la dimensione temporale, e il lettore deve poter capire in modo chiaro a che punto si trova. Ma volevo usare colori molto audaci anche perché quando ho iniziato a lavorare al libro frequentavo ancora la scuola di fumetto, e i miei insegnanti mi dicevano: “Oh, è freddo, allora usa il blu!”. Oppure “Questa scena si svolge nel passato, dovrebbe essere seppia!”. Era così noioso… Io invece volevo fare qualcosa di interessante. Sai, se prendi la grossa decisione di fare il cielo verde, cos’altro devi cambiare nella pagina perché funzioni? Per me questa era una sfida divertente: prendere decisioni estreme e vedere dove mi avrebbero portato.

 

Il libro inizia con un flashforward molto preciso e molto narrativo. È una scelta che hai fatto lavorandoci o hai voluto cominciare da lì?

Sapevo da subito che quello sarebbe stato l’inizio del libro. Volevo che il momento di maggiore tensione, il momento più critico di tutta la storia, fosse all’inizio. Tra parentesi, è un espediente che ho rubato dal film Cloud Atlas delle sorelle Wachowski – è un film con dei problemi, ma a me piace! I miei insegnanti alla scuola di fumetto volevano che raccontassi prima una porzione della prima storia, poi una porzione della seconda, poi una porzione della terza, e solo dopo che le mischiassi. Ma io volevo fidarmi dei lettori, ero sicuro che avrebbero capito, anche se magari ci vogliono una decina di pagine prima di capire quando si passa da una storia all’altra.

Eppure, anche se il libro è stato accolto bene, la critica che ricevo più spesso da quelli a cui non è piaciuto è che pensano che le due spedizioni artiche siano un’unica storia, e sono molto confusi perché i personaggi sono così diversi tra loro. Poi ce ne sono due che si assomigliano e i lettori si chiedono: “Com’è finito lui qui? Che cosa è successo?” Quindi forse avrei dovuto ascoltare i miei insegnanti e rendere la storia più chiara! Ma penso che sia molto chiara, se la si legge con attenzione.

 

 

 

Potete leggere l’intervista completa a cura di Alessio Trabacchini su Fumettologica, qui.

 


 

 

Autore: Luke Healey
Titolo: Come sopravvivere nel grande nord
Collana: Warp
Numero pagine: 200, a colori, formato 19,5 x 26 cm
ISBN: 9788876183775