Marco Galli e la “libertà” della Apehands in un western violento e attuale

L’ultimo lavoro di Marco Galli, La notte del corvo, rappresenta il quarto libro che l’autore bresciano pubblica con Coconino Press (qui tutti i titoli), diventando così uno dei fumettisti italiani più importanti della casa editrice. Ma la cosa che subito balza agli occhi è lo pseudonimo che per la prima volta in assoluto affianca il suo nome in copertina: Apehands, ovvero “mani di scimmia”.

Pochi anni fa Galli ha dovuto affrontare il periodo più duro della sua vita: è stato infatti vittima di una rarissima sindrome che lo ha tenuto tra vita e morte per diversi mesi. Tutto ciò lo racconta lo stesso autore nella postfazione de La notte del corvo. Qua riportiamo un piccolo estratto:

“Apehands, tutto attaccato: mani di scimmia. Con questo ‘nom de plume’ ho ricominciato a disegnare, era l’aprile del 2017. Ero tornato a vivere da solo dopo l’inferno dell’ospedale, sette mesi di paralisi totale e poi la ‘convalescenza’, obbligato come un bambino bisognoso di tutto, alla cura dei miei anziani genitori, per altri sei mesi. Tornare autonomo per me è stato tornare a vivere, anche se le mie funzioni erano molto limitate: camminavo male, mi stancavo subito e le mani funzionavano in modo pessimi, i pollici non si opponevano, come quelli di una scimmia e la forza era la forza di un mollusco. Ma ero di nuovo padrone della mia vita. Dovevo provare a disegnare, capire se c’era ancora speranza per quella cosa magica che è creare mondi dal nulla con nulla di più che un foglio e una matita”.

Ecco, La notte del corvo è il frutto di questo immane “sforzo” artistico che Galli ha dovuto fare per inventarsi un nuovo modo di disegnare in bilico tra anarchica libertà e abnegazione assoluta. Come lo definisce lui “un unicum irripetibile: non disegnerò mai più così liberamente. Le mie mani, soprattutto la destra, non sono ancora ‘umane’, ma sono tornate nei ranghi e obbediscono per quello che possono, ormai”.
Il risultato è un fumetto western destrutturato, pulp, ironico e grottesco che investe il lettore in un vortice ipnotico e vizioso di sesso, pugni, polvere e proiettili. Ma non solo, Galli attua un’amara e originale riflessione sulle insanabili disparità sociali, risolvibili solo con la violenza, rendendolo quanto mai attuale e in qualche modo “politico”.
Con tutti questi spunti non potevamo non fargli un po’ domande, in vista dell’imminente uscita de La notte del corvo in libreria e in fumetteria.

Impossibile non partire da lì, dal “nom de plume” che campeggia in copertina sotto al tuo nome: Apehands. Che effetto ti fa pubblicare per la prima volta un romanzo a fumetti con quello pseudonimo? È un modo definitivo per lasciarsi finalmente tutta quella dolorosa storia alle spalle? Ua sorta di punto e a capo?
Alle spalle non voglio lasciare nulla. Non voglio dimenticare quell’esperienza, nemmeno si può, il mio cammino di ripresa è ancora lungo e comunque è uno sparti acque nella mia vita, con tutto il male e il bene che c’è dentro in un’esperienza così profonda e impossibile da far capire a chi non è mai stato in condizioni simili.

Nella postfazione scrivi che questo libro è “un unicum irripetibile: non disegnerò mai più così liberamente. Le mie mani, soprattutto la destra, non sono ancora ‘umane’, ma sono tornate nei ranghi e obbediscono per quello che possono, ormai”. Una libertà legata al disegno che in qualche modo sei riuscito a cristallizzare nelle tavole. Possiamo dire che sei riuscito a cogliere l’attimo?
Anche qui ti rispondo che non potevo fare nient’altro. Non è stata una questione di “carpe diem” (parola abusata e travisata), ma l’unica possibilità tecnica di disegno che avevo in quei mesi. Ancora adesso il mio disegno non è quello di prima.
Quando ho iniziato il libro, l’ho fatto come sfida, non sapevo nemmeno se avrei fatto la seconda pagina. Ma vedevo che la cosa funzionava nonostante lo stesse disegnando un’altra mano, non la mia, ma la mano di un disegnatore anarchico e indisciplinato a cui ho dato il nome di Apehands. A essere onesto, non c’era solo il lato poetico della cosa, ho provato molta frustrazione, soprattutto all’inizio.

Quanto tempo ti ha preso la lavorazione del libro?
Ho fatto una breve sinossi e son partito. Il tempo per il disegno è stato di circa 2 mesi e mezzo. Non potevo fare matite preparative, avevo una sola possibilità di segno. Impossibile Ripassare sullo stesso segno con china o altro, infatti, la maggior parte delle tavole sono a matita, poi acquerellate o colorate con tutto quello che avevo sul tavolo. In alcuni punti ho usato il pennarello, procedevo come fa un bambino con tutto “l’armamentario” sul tavolo, senza fare piani.
Per la scrittura invece c’ho messo molto di più, normalmente riscrivo più volte, qui sono arrivato a 6 stesure.

La storia invece come è nata? Perché hai scelto il western?
Da sempre volevo fare un fumetto western, ci sono cresciuto con i western i TV. Poi il libro parla in verità dei nostri tempi, probabilmente è il mio libro più apertamente politico, o meglio di critica sociale e per me se si usano metafore o luoghi lontani dal contesto, la critica sociale acquista più forza.

Infatti, uno dei temi principali del libro è la violenza: la fai tracimare sulle tavole estremizzandone il concetto al massimo. Proprio questa esasperazione – che secondo me è il valore aggiunto del libro – mi ha fatto pensare che tu ci abbia proiettato o qualcosa di molto personale (magari legato alla malattia) o, appunto, qualche sentimento legato all’attualità. Ci ho preso?
Un po’ tutto forse… Siamo in un mondo violento, ma paradossalmente non si tollera più nessuna violenza esibita, si chiede di censurare le foto dei bambini morti, ecc. Una cosa strana, c’è un totale scollamento ormai tra la realtà del mondo e la realtà del proprio cortile e nonostante siamo connessi con ogni angolo del pianeta e sappiamo esattamente cosa succede, diamo importanza solo alle cose futili che ci riguardano o addirittura facciamo negazionismo su cose innegabili. Forse era così anche una volta, ma una volta non c’era l’accesso all’informazione (personale) che c’è ora.
Poi fin da piccolo non sopportavo le sparatorie senza una goccia di sangue dei western Hollywoodiani, almeno fino a Peckinpah.

C’è qualche lettura (romanzo, saggio, fumetto) o visone (film, serie tv) che ti hanno influenzato durante la stesura de La notte del corvo?
Nessuno direttamente, ma se fosse vivo Pratt e gli piacesse sarei, molto contento. Ho cercato di fare una storia d’avventura, spero non banale, ma che avesse quell’andamento guasconesco delle storie di Corto, o dei disperati di Toppi e Battaglia. Personaggi vivi.
Per il cinema sicuramente il western “esistenzialista” americano dei ’70. Non lo “spaghetti”, che a parte Leone e alcune cose di Corbucci, non amo. Molti faranno il paragone con Tarantino, ma per me non è stato di nessuna ispirazione, come dicevo sopra, piuttosto Peckimpah e sicuramente Fellini, Scola, il Monicelli dell’Armata Brancaleone. Leggere libri western, senza la forza delle immagini che fanno il western, la ritengo una cosa inutile.

Sapendo che sei un grande amante della musica, lascio questa domanda alla fine: cosa hai ascoltato mentre lavoravi al libro? E ti chiederei anche quali sono i tuoi album preferiti in assoluto.
Mentre disegnavo un po’ di tutto, playlist o album interi, a seconda del giorno. Per la scrittura invece ascolto sempre jazz (anche mentre scrivo queste parole), mi da il ritmo della scrittura, o almeno mi da l’impressione che sia così, ma non riesco ad ascoltare nient’altro in fase di scrittura, a parte la classica. Ma non tutta.
Per gli album preferiti sarebbe una lista lunghissima, non sono un “feticista” della musica, ascolto in modo molto disomogeneo e mi piacciono cose lontanissime, da Debby Harry a Arcangelo Corelli.
C’è un album a cui sono molto legato per diversi motivi, credo lo conoscano in tre: L’Argot Du Bruit, di Pascal Comelade.


Autore: Marco Galli (Apehands)
Titolo: La notte del corvo
Collana: Coconino Warp
Numero pagine: 176, a colori, formato 19,5 x 26 cm
ISBN: 9788876183980